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Insegnare l'italiano ai migranti - Il racconto di una volontaria

Condensare le tante storie intrecciate in questi anni di esperienza al Vides in una storia unica e rappresentativa è davvero un compito difficile da portare a termine, ma ci provo.

È un sabato pomeriggio di fine aprile, il tempo è sereno e mite. L'anno scolastico del Vides ormai volge al termine e si sente quasi l'aria di vacanza. Qualche ora prima che il corso inizi sto preparando la lezione e rifletto sui mesi trascorsi. Mi rendo conto di essere stata fortunata: ho seguito un gruppo compatto ed assiduo di studenti, con i quali ho potuto svolgere con una certa continuità il programma di grammatica e con cui si è instaurato un bel clima di collaborazione e di amicizia. Decido allora di accantonare per una volta verbi, articoli, etc. e di dedicare la parte preponderante della lezione del giorno alla conversazione perché gli studenti, che ormai hanno superato l'iniziale timidezza nei miei confronti e l'imbarazzo tra di loro, possano mettere a frutto tutto quello che hanno studiato e raccontare qualcosa che sentono proprio. Ho l'impressione, infatti, che spesso chi frequenta il corso desideri apprendere l'italiano, ma soprattutto abbia sete di relazioni e non veda l'ora di avere l'occasione per parlare, per essere ascoltato, per trovare un tempo e un luogo per esprimersi, un'isola di tranquillità e calma nella babele del paese in cui sono stati catapultati dalle vicende della vita. Mi è venuta un'idea. Accendo il computer e apro google sulla sezione dedicata alle immagini. Comincio a scaricare sul desktop una serie di foto dei luoghi più rappresentativi dei paesi di provenienza dei miei alunni digitando sulla barra di ricerca ad esempio “India”, “Filippine”, etc... ne escono fuori monumenti spettacolari, immagini di nature incontaminate, scatti di feste locali, animali strani, cibi tipici. Stampo il materiale raccolto e lo corredo di carte geografiche ingrandite delle singole nazioni. Mi avvio a scuola non vedendo l'ora di sentire i racconti che queste immagini susciteranno.

Quando arrivo al Vides mi accorgo che il mio gruppo è decimato. Gli studenti avranno approfittato della bella giornata di sole per concedersi una passeggiata dopo il lavoro, per nulla invogliati a chiudersi in una stanza a studiare, anche di sabato pomeriggio.

Al mio tavolo, però, sede Chain, l'allievo indiano, unico superstite della mia classe.

Mi siedo, tiro fuori dallo zaino il materiale e la lezione comincia.

Fin dalla prima stampa vedo allargarsi un sorriso nascosto dai baffi del mio discreto studente. Sempre così silenzioso Chain, quando ci sono gli altri parla quasi solo se interpellato, nei momenti in cui cerco di farlo partecipare alla conversazione per accertarmi di aver spiegato anche per lui con sufficiente chiarezza una parola o una regola.

Adesso però Chain comincia a spalancarmi il suo mondo e la sua anima.

Traccia con il dito sulla carta dell'India l'itinerario dei suoi spostamenti, mi mostra il paesino in cui è nato, le grandi città in cui ha cercato lavoro, percorrendo da ovest a est quasi tutto il subcontinente, mi dice “qui ho lavorato in una manifattura, ho fatto fatica ad imparare la lingua del posto”, “qui il clima era pessimo”, etc. ed io comincio a rendermi conto che dire “vieni dall'India” è quasi come dire “vieni dall'Europa”, ci sono tanti posti, tante culture, tante lingue...

Poi scorriamo le altre foto e ogni monumento sembra avere una storia segreta... la leggenda di un palazzo fiabesco innalzato come tributo d'amore per una donna... “Ci sei mai stato?”, chiedo e lui mi risponde “Ci ho portato una volta mia moglie”... e poi ci sono le foto dei deserti, l'immagine del Gange popolato da persone che fanno abluzioni, la foto di un piatto di gustose pietanze “questa si fa con il riso e la paprika ed è molto buona”. Per tutta la lezione vengo trasportata dalle parole di Chain, il cui sguardo dolce e malinconico conosce ora dei guizzi di vitalità, gli stessi che percorrono anche ognuno di noi quando ci viene inaspettatamente chiesto di parlare di ciò che ci appassiona.

Alla fine dell'ora ringrazio Chain per tutto quello che mi ha insegnato e riordino il tavolo, raccolgo i fogli sparsi e li ripongo nella mia cartellina. Vedo però che lui esita, indossa la giacca con calma e poi sembra aspettare qualcosa che non ha il coraggio di chiedere. Lo guardo e gli sorrido e così, mentre sto mettendo via l'ultimo foglio, quello in cui è stampata la carta dell'India, mi domanda: “Posso tenerla?”

“Certo”, gli rispondo un po' stupita. La stampa è venuta sfocata e, dopo tutto, è una semplice carta politica, per giunta compilata con la trascrizione italiana dei nomi, nemmeno con quella inglese.

Lui riprende “Tante grazie”. Si ferma ancora un istante, la stringe davanti a sé e la fissa con attenzione... “Scusami se te l'ho chiesta, ma era da tanto che non vedevo il mio paese”. Quindi mi saluta congiungendo le mani all'altezza del cuore, con il modo tipico degli indiani, che, mi assicura, è magico perché non si riesce a pronunciare quel saluto senza sorridere. È impossibile.

Rimango confusa. Avere in mano la cartina dell'India è per Chain come toccare la sua terra, riacciuffare la sua storia, riprendersi il suo passato.

Chissà se sarò capace di “spiegargli l'Italia e gli italiani” con tanta passione! Chissà se in questo tempo di permanenza qui da noi avrà l'opportunità di sperimentare le bellezze e la ricchezza vera del nostro paese, chissà se, tornato in India, magari tra dieci anni, gli farà piacere portarsi come ricordo la cartina dell'Italia...

Più volte mi è capitato di essere guardata con incredulità se non proprio con diffidenza quando, raccontando della mia esperienza di volontaria, affermavo di ricevere molto di più di quello che mettevo a disposizione nelle ore di servizio. In effetti, questa sul dono sembra essere la solita frase fatta che ci si mette in bocca per farsi belli di fronte agli altri, per suscitare l'ammirazione attraverso quel cattivo atteggiamento che si chiama falsa modestia. Tuttavia, solo ripercorrendo a ritroso l'album mentale in cui sono raccolti i volti, le mani e i frammenti di storia dei miei alunni migranti, trovo la fotografia più bella del momento in cui ho imparato, o, per dir meglio, ho sperimentato una nuova e più matura consapevolezza di che cosa significa avere amore per il proprio paese. Forse è proprio come dice Kahil Gibran: “ciò che di più amate può sembrarvi più chiaro durante la sua assenza, come la montagna allo scalatore appare più nitida dal piano”.

 

Gaia Guidolin

Delegazione Regionale Veneto V.I.D.E.S.
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